giovedì,21,Gennaio,21

I “turdilli” di Natale mi riportano in Calabria

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di Matteo Brancati – Non ho mai detto no ai dolci. È più forte di me. Sono troppo buoni, specialmente quelli del periodo natalizio. E i “turdilli” –come si chiamano dalle parti dove sono nato- rappresentano tanto.

Questi dolci -che assomigliano a uno gnocco fritto- hanno un sapore nostalgico perché ricordano quando aiutavo mia nonna a prepararli. Erano tempi diversi. Internet era appena nato, i computer con lo schermo enorme facevano capolino negli uffici, io guardavo i cartoni animati di Natale sulla Rai, i gradi (in inverno) si misuravano con le dita delle mani e si preparavano le specialità natalizie calabresi come non mai.

Era un dicembre freddo, così, quando mi misi all’opera per i “turdilli” (in altre parti della Calabria li chiamano “crustuli” o “cannaricoli”). Era la prima volta. Mia nonna alle 3 del pomeriggio iniziò subito a dirmi “Vai a comprare le uova, il miele e fatti dare dalla signora Maria (la moglie del proprietario del minimarket a pochi metri da casa) anche quei zuccherini colorati. Lei sa”. Io, ricordo che ero in estasi perché pensavo a cosa avrei preparato. A quale dolce sarei andato incontro. I “turdilli” –infatti- non li conoscevo.
Arrivato a casa dopo le compere, vidi mia nonna impegnata nell’impasto per 8 persone composto da farina (500 grammi), zucchero (50 grammi) e 2 cucchiai di cannella in polvere, che veniva rafforzato da1 uovo, 250 grammi di vino e 40 grammi di olio extravergine di oliva. Prima l’impasto avveniva con un cucchiaio di legno bello forte, poi con le mani. Il lavoro era faticoso perché –come diceva mia nonna- “il panetto deve essere morbido, non appiccicoso altrimenti devo aggiungere altra acqua o farina”.

Ma io sapevo che lei non stava sbagliando niente. L’impasto era perfetto, tanto da strappare un applauso a mio nonno impegnato con i film in bianco e nero su Rete 4. E nonna, con una velocità disarmante, divise l’impasto in 8 parti, recuperando altrettanti filoncini larghi da “rigare”, proprio come si faceva con uno gnocco. Da lì in poi, anche con il mio piccolo aiuto, immergeva quei piccoli filoni in una pentola piena di olio di semi bollente, dando vita a uno spettacolo di suoni.

I “turdilli”, dopo alcuni minuti erano dorati. Erano pronti per essere mangiati, ma prima ci doveva essere l’incontro con il miele, precedentemente riscaldato a fuoco lento, oltre a quello con gli zuccherini colorati che sarebbe avvenuto da lì a poco su un piatto di portata. Adesso era davvero tutto pronto. Assaggiai il “turdillo” con tutto me stesso, godendomi il viaggio paradisiaco insieme alle mie papille gustative. Era la prima volta. Quella volta che non scorderò mai. Perché avevo gustato una delle tante sfaccettature del Natale calabrese.

Redazione Calabriaclick

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