domenica 16 Maggio 21
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La pitta ‘nchiusa come la facevi tu

di Matteo Brancati – Ero un bambino che attendeva le imminenti vacanze di Natale, con in testa i regali che volevo ricevere e i problemi amorosi con la ragazzina che non ti filava di striscio. Un bel periodo, comunque, anche perché non avevo pensieri pesanti.

Mi svegliavo, andavo a scuola, pranzavo, facevo i compiti, uscivo con Arturo, Emanuele, Giuseppe e alle otto di sera cenavo. Poi andavo a dormire, senza smartphone in mano ma con il Topolino, versione natalizia, che tanto amavo. Di quei tempi ricordo il grande trambusto. Il clima era rigido, con cieli nuvolosi, intervallati da giornate soleggiate, ma caratterizzate da un vento che prendeva a pugni il viso. Non lo accarezzava. La gente iniziava ad affollare i negozi sotto casa per i regali di Natale. Si vendeva di tutto. Dal pigiama rosso fuoco, al “Cicciobello”, passando per Barbie e lo schiaccianoci in metallo.

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E poi c’erano i dolci. Oltre ai pandori e panettoni che la gente acquistava ai supermercati, erano famose le prelibatezze fatte in casa. Io, che ero fortunato, avevo assaggiato la pitta ‘nchiusa tanti anni fa. Non ne conoscevo il sapore e nemmeno gli ingredienti fino al 3 dicembre del 1995.

Ph – IG:@gianlucanelborgo

Il cielo era nuvoloso. Su Rai 1, durante le previsioni del tempo, dicevano testualmente “rischio neve in Calabria” e la gente sentiva intensamente il periodo natalizio. Eravamo a pochi giorni dalla prima festa, quella dell’Immacolata e tutte le case iniziavano ad addobbarsi con alberi illuminati, palline dorate e con quel finto Babbo Natale che si arrampicava sui balconi.

“Dì a tuo nonno di passarti l’uvetta insieme alle noci e alle mandorle. Però, veloce che altrimenti facciamo notte”
“Va bene, nonna. Ma cosa dobbiamo preparare” – dissi sorpreso.
“Vedrai, non so se ti piacerà. Ma si tratta di un dolce tipico della nostra terra. Qui la chiamiamo pitta ‘nchiusa, ma in alcune zone preferiscono dire Pitta ‘mpigliata” – rispose mia nonna con il grembiule bianco e una non meglio precisata coppola in testa.

Alla parola pitta ‘nchiusa pensai al pane basso tondo ma senza buco al centro. Non avevo tutti i torti, perché la forma era veramente circolare, ma l’impasto con farina, acqua e vino rosso era vivacizzato da mandorle, miele, cannella, noci e uvetta. E mia nonna era una maga in questo. Ne sfornava tante a dicembre, con il profumo che inebriava tutto il condominio.

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“Tieni, assaggiala” -proferì all’improvviso mentre la stavo ammirando nella preparazione di altri dolci.
“Grazie, nonna. Preferisco mangiarla dopo cena” -dissi con la voce rotta da quella voglia di assaggiare immediatamente quella prelibatezza.
“Dai, per un pezzettino non succede nulla” -affermò con il sorriso che solo le nonne hanno. E mio nonno, da lontano annuiva, come dire “Mangiala adesso, non te ne pentirai”.

Ph – IG:@borgosantaluciacropani

E aveva ragione, quella pitta ‘nchiusa era la fine del mondo. Una dolcezza mai più provata in vita mia. Nonna ci aveva messo il cuore. Anche a Natale. E io l’ho capito. Soprattutto adesso dove gli abbracci, le buone abitudini e il calore familiare sono una chimera.

Redazione Calabriaclick

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