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Piacere, Calabria

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Era un caldo mese di settembre del 1993. Avevo sei anni quando iniziai la scuola. Era la prima volta e lo stomaco era in subbuglio. Entrai in classe e all’improvviso un baccano inimmaginabile mi accolse. Con me c’erano altri 28 bambini. I maschietti con il grembiule blu scuro o azzurro, le femminucce con quello color rosa.

Di quella giornata ricordo un caos inimmaginabile, con la mia mamma che mi salutò commossa come per dire “Adesso inizia la vera vita, quella fatta di sacrifici”. Andare a scuola mi piaceva, ma solo dopo svariati anni capì che quel settembre di quasi 30 anni fa rappresentò uno snodo cruciale per me e per i miei compagni di classe dell’epoca.

Oltre alle urla di chi iniziava il primo giorno di scuola, rammento l’enorme aula di colore bianco, le tre finestre con gli infissi grigi arrugginiti, i banchi, la cattedra rialzata e la cartina geografica. L’avevo vista per la prima volta all’asilo e a casa, ma non ci avevo fatto caso a dei particolari che rimasero subito impressi nella mia mente. La maestra Giuditta, durante la prima seconda ora di lezione, preceduta dai classici saluti di presentazione, proferì una frase che ancora oggi ricordo alla perfezione: “In fondo a destra c’è la Calabria, una regione a forma di stivale”. Qualcuno rise per il paragone, altri erano stupiti, compreso me, che mai si era accorto di quello strano aspetto. “Quella è la mia terra”, pensai, con la promessa di vedere da vicino, all’ora di ricreazione, la medesima cartina geografica appesa al muro.

La campanella suonò alle 10 in punto e, dopo aver mangiato in pochissimi minuti il panino col prosciutto, andai immediatamente nei pressi della finestra per vedere e toccare da vicino la Calabria. A nord confinava con la Basilicata, ad ovest con il mar Tirreno ed a est con il mar Ionio. Era staccata dalla Sicilia, ma questi erano dei dettagli che non mi interessavano molto. Gli occhi, infatti, erano stati catturati dalla forma della mia terra e da tutti quei piccoli disegni di colore verde e marrone che raffiguravano pianure e montagne.

Arrivato a casa, raccontai tutto a papà e mamma, visibilmente sorpresi da quell’atteggiamento euforico ma allo stesso tempo felici. Per tutto il giorno pensai a quella cartina, alla scuola, alla classe, alle parole della maestra Giuditta, tanto da prendere il pesante atlante per trovare e toccare nuovamente la mia Calabria. Era quasi tale e quale a quella ammirata al mattino, con l’aggiunta del colore giallo ad indicare le colline. Una cosa fantascientifica per un bambino di 6 anni, reduce dal primo giorno di scuola. Da quel pomeriggio iniziai a studiare geografia col sorriso sulle labbra. In poco tempo sapevo tutti i capoluoghi d’Italia, compreso ovviamente quello della Calabria. Facevo dei paragoni con le altre regioni, ma quella con la struttura “alternativa” mi piaceva un sacco. La reputavo la più bella del Paese senza se e senza ma, nonostante conoscessi poco di lei.

E oggi, posso dirlo. La paragono a una bellissima fanciulla che, in quella calda mattina di 27 anni fa, si presentò davanti ai miei occhi, con sole due parole: “Piacere, Calabria”. Quella fanciulla che porto sempre con me.

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