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Una bottiglia di vino, Amalia e la vendemmia di una volta

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A me il vino non piace. Già da piccolo. Lo assaggio giusto nelle occasioni più importanti, ma non faccio i salti mortali per andare alla ricerca di un buon rosso.

Il motivo non l’ho ancora capito, ma forse un giorno saprò la verità. Quando decisi di dirlo a mio padre -il quale beve due bicchieri al giorno come prescritto dal medico di fiducia- lui proferì solo un “va bene, non è un problema”. All’epoca fu come una liberazione anche perché quasi tutti i ragazzi della mia età assaggiavano ogni tanto il “succo d’uva”, come lo chiamava mio nonno.

Sul vino -tuttavia- ho ricordi belli che rimarranno incastonati nella mia mente per tutta la vita. Ogni anno arrivava quella domenica tra settembre e metà ottobre dove mamma mi vestiva in modo buffo, ma efficace. “Oggi si fa il vino, mi diceva. Vai con papà”. Lei non veniva. Il vino non le piace (forse ho capito il motivo della mia scelta), ma era intenta a preparare il pranzo per noi, i miei zii e i miei nonni. E la domenica, tra cassette di plastica piene d’uva arrivate con un camion verde scuro alle 6 del mattino, pigiatura, fermentazione, il torchio a leva, Pupo che cantava “Gelato al cioccolato” e mosto, trascorreva in totale armonia. Poi, verso le 13.30 c’era da assaggiare la pasta al forno con le polpettine di mia mamma. Lì ci fermavamo tutti e -almeno per mezz’ora- il vino poteva attendere.

Ph -Instagram: @fraamoredivino

Di quelle giornate mi viene in mente anche la dolcezza del mosto d’uva che nonno mi faceva assaggiare. E quello lo apprezzavo, non lo nascondo. Il profumo era delicato, così come il bicchiere di vetro che lo accoglieva.

Tutti ricordi belli, riaffiorati quando conobbi Amalia. Non posso scordare quel colpo di fulmine, quello sguardo intenso al bancone del bar. Prese un caffè ristretto e un connetto vuoto. Indossava un jeans strappato, un paio di sneaker, una camicetta bianca e un giubbino di pelle sintetica. Era bella, sul serio anche con i capelli fissati con una molletta grigia.

“Che ci fai qui?” – disse facendomi perdere il fiato.
“Quello che fai tu, ma ci conosciamo?” – risposi senza timore.
“Non ti ricordi? Eravamo colleghi di università. E quanti 25 verbalizzati sul libretto”- sillabò velocemente e quasi infastidita.
“Ma va, sei Amalia?” -esclamai sorpreso.
“Ci sei arrivato” -replicò con un sorriso furbo.
“Allora, per farmi perdonare stasera ci vediamo a cena”, pronunciai in pochi secondi, ricevendo una risposta affermativa.

Amalia era una brava ragazza. Un po’ esuberante, ma sempre con la testa sulle spalle. Sin dai tempi dell’università amava i film romantici e credeva nell’amore genuino, ai colpi di fulmine e alla sincerità. Le piaceva anche cucinare e bere un buon rosso a cena. La Calabria era nel suo cuore, grazie ai suoi nonni, nati a Satriano.

Andammo a cena. In uno di quelle trattorie calabresi piccole, ma accoglienti. Le pareti in pietra ti facevano sentire a casa. I tavoli saranno stati dieci in tutto. Angela, la cameriera, ci portò tre menù. Due per il cibo e l’altro dei vini. Ordinammo delle bruschette al pomodoro, dei ravioli ai funghi e dei saltimbocca. “Sono la specialità di questa zona”, disse Angela.

Amalia -invece- scelse il vino. Lo volle della casa, dopo averlo assaggiato. Dei due era lei l’esperta. Così – boccone dopo boccone e varie insistenze – mi convinse a bagnarmi le labbra di quel vino. Era amaro, ma piacevole. Non lo nascondo. E fu un bene. Perché ricordai tutto quello che era accaduto anni fa. Quei gesti. Quelle domeniche dedicate alla vendemmia. Con quella pioggia che bagnava il viso senza nessuna pietà. Avevo 10 anni ma ricordo tutto alla perfezione.

Proprio come il bacio appassionante che mi diede Amalia quando uscimmo da quella trattoria. Grazie a una bottiglia di vino.

Redazione Calabriaclick

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