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Vista, cipolle Tropeane e famiglia

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Ammiro l’alba, oggi non proprio bellissima. Ne ho viste di migliori, soprattutto quando tornavo a casa alle otto del mattino dopo essere uscito alle sette della sera prima.

Ricordo un caldo infernale già alle 6, con le cicale e gli uccellini che cantavano a modo loro. Oggi è diverso. Sto ultimando l’ultimo bagaglio perché ho deciso di trascorrere due settimane a Tropea, in Calabria. La mia Calabria. Quella terra lasciata 18 anni fa per lavoro.

Sono un dipendente di una grossa azienda veneta, ho 48 anni. Mi trovo bene, ma quando devo tornare nei posti che conosco come le mie tasche sono eccitato al solo pensiero. Non ho ancora avvisato nessuno della famiglia. Deve essere una sorpresa, anche se ho timore che mamma lo possa scoprire. Scenderò (verbo che noi meridionali usiamo spesse volte per tornare a casa) insieme a Filippo, amico calabrese che vive a Treviso da quasi 25 anni. É un bravo ragazzo. É nato a Cosenza. La mattina lavora al mercato. La sera fa il cameriere in una delle tante e piccole trattorie del posto. Conosce a memoria la preparazione della “Baccalà alla vicentina”, che a me non piace dopo averla assaggiata proprio nel ristorante in cui lavora.

Abbiamo deciso di noleggiare una Fiat 500. Di quelle nuove, con l’aria condizionata e i sedili in pelle. Per due persone è comoda. Partiamo. Sono le 7 del mattino. In serata, tranne lunghe code o imprevisti, dovremmo essere giù in Calabria. Guida lui perché ama i motori, ma non la velocità. Non spinge troppo il piede sull’acceleratore perché vuole godersi il viaggio dall’inizio alla fine.

Iniziamo a parlare. Mi racconta della sua prima cotta avuta a 14 anni. Lei si chiamava Margherita, andavano insieme al liceo. Nonostante i tanti anni trascorsi dall’ultima volta che la vide, Filippo la descriveva come se ce l’avesse davanti.

“Era bellissima. Bionda, occhi azzurri. Un paradiso”, mi diceva.
“Si, capisco. Che ci vuoi fare”, rispondevo piccato per allontanare la tristezza che si intravedeva nei suoi occhi.
“Sai, siamo stati insieme 5 anni. Poi lei fu costretta ad andare in Germania e non ci siamo più rivisti, Ma ha parenti in Calabria, magari un giorno la rivedo”.
“Mi dispiace, ma quindi anche tu verrai a Tropea?”, dissi senza troppi giri di parole.

A me il malcontento sta sulle scatole, soprattutto per il mio compagno di viaggio. Filippo, comunque, alla domanda su Tropea, proferì un silenzioso “Sì, ma settimana prossima”.

Aveva fame e, all’altezza di Roma, decise di fermarsi in Autogrill.
“Dai, ci mangiamo qualcosa e poi ripartiamo. Ma guidi tu”. Annuì solo, ma lo stomaco iniziava a lamentarsi. Prendemmo due Camogli, una bottiglia d’acqua naturale e due caffè.

Poi via di corsa. Volevamo arrivare in Calabria il più presto possibile. Il richiamo della regione più bella del mondo era sempre più forte. Mi misi alla guida. I chilometri non li sentivo più. L’attesa stava per finire. Quanto desideravo tornare dalla mia famiglia, nei miei posti. In campagna, tra il grano.

E’ quasi sera, il cartello sbarrato con la scritta Basilicata anticipa l’arrivo in Calabria. I chilometri da fare sono, ormai, pochi. Decido di continuare a guidare. Non sono stanco, l’adrenalina è tanta così come l’euforia. Filippo scende a Cosenza, io proseguo. A farmi compagnia sarà la radio e il tramonto, meraviglioso. Chiamo mamma, decido di avvisarla. Sono quasi arrivato.

“Ma dove sei? Sento il vento”
“Sono quasi a Tropea, mamma”
“E non mi dicevi niente? Ti preparo l’insalata di pomodori con la cipolla nostra”.

Chiusi il telefono. Avevo l’acquolina in bocca come quei bambini che aspettano il gelato nelle giornate calde. Arrivo a casa. Sono quasi le 21, giusto per l’ora di cena. Mamma e papà mi accolgono in un lungo e forte abbraccio. Non si aspettavano di vedermi questa estate. “Dai, adesso vieni a mangiare”, dicono. Poi ci racconti. Non potevo desiderare di meglio, pensai tra me e me. Avevo tutto. Il calore della famiglia, la vista di Tropea e le cipolle rosse. Ero finalmente a casa. La mia.

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